Grande Natale a Padova, una città coi fiocchi

Dal 23 novembre 2012 al 6 gennaio 2013 il Comune di Padova e la Camera di Commercio, hanno realizzato Grande Natale a Padova: un contenitore di eventi e manifestazioni legati alle feste natalizie. Mercatini, concerti, spettacoli teatrali, eventi per i bambini per vivacizzare il periodo delle feste.
al Palazzo Moroni il grande Albero della Solidarietà, donato dal Comune di Lavarone, si accende, con un piccolo contributo di tutti, in favore della Campagna “Prima le mamme e i bambini” di Medici con l’Africa Cuamm, per garantire l’accesso gratuito al parto sicuro e la cura del neonato. Obiettivo: 33.000 parti gratuiti e assistiti in 5 anni, in 4 distretti di 4 Paesi africani – Angola, Etiopia, Uganda e Tanzania.

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Il gobbo di Rialto

Il gobbo di Rialto è una delle tante figure, uno dei tanti personaggi spesso inattesi che emergono dalle pietre della città lagunare, e come i suoi simili racconta una storia tra leggenda e verità. Questo “personaggio” si trova in Campo San Giacometto, al mercato ortofrutticolo di Rialto, nel sestiere di San Polo, ed è una statua in marmo che rappresenta una figura maschile nell’atto di sorreggere una scalinata che porta ad una pietra riservata ai banditori, anticamente usata come postazione di lettura di editti e leggi della Serenissima.

Il gobbo di Rialto fu scolpito nel 1541 da Pietro Grazioli da Salò e venne restaurato nel 1836, come testimonia l’incisione presente sulla parte superiore del complesso, costituito da una bassa colonna in porfido databile alla fine del 1200, una scaletta che porta alla pietra del bando e, a sorreggerla una figura maschile ricurva, per questo detta “Il gobbo”.

Questo gruppo marmoreo era anche uno dei tanti luoghi della città dove trovavano spazio denunce e proteste spontanee, che spesso la popolazione rivolgeva ai potenti e ai loro abusi, non era raro che sul gobbo venissero attaccati foglietti con testi sarcastici e antenate delle moderne caricature o vignette a sfondo politico. Anche per queste ragioni questa scultura è paragonata da alcuni al Pasquino di Roma.
Per cercare di limitare l’uso popolare del gobbo e preservarne l’uso istituzionale, oltre che ovviamente per censurare eventuali contestazioni troppo forti e punirne i colpevoli, nei pressi della scultura e nel campo vicino stazionavano spesso degli agenti del temutissimo Consiglio dei Dieci.

Durante il Medio Evo invece, il gobbo segnava la fine del percorso a cui erano costretti i ladri che camminavano nudi da San Marco a Rialto mentre due ali di folla li frustava e insultava. Generalmente arrivati esausti al gobbo lo abbracciavano e baciavano come fosse il loro salvatore.

Dopo aver svolto per secoli la sua funzione oggi la statua del Gobbo di Rialto è stata quasi dimenticata, e relegata ad essere un immobile testimone di un tempo ormai andato, solo poche guide e qualche curioso la notano e hanno voglia di approfondire la sua storia. Spero con questo mio breve post di aver incuriosito qualcuno a cercare di andare oltre l’immagine patinata della Venezia da cartolina e approfondire storia ed aneddoti che spesso si celano dietro opere poco celebrate ma di estremo interesse, bellezza e valore.

Ogni pietra a Venezia ha mille storie da raccontare, basta volerle ascoltare.

La Madonna Della Salute | Venezia

A Venezia, all’imbicco del Canal Grande, troneggia nitida ed imponente sul paesaggio della città. la Basilica della Madonna della Salute. E’ una delle chiesa più bella e grandiose di tutta Venezia e sta a testimoniare l’amore riconoscente dei Veneziani verso la Madonna, per averli liberati dal contagio della peste del 1630. Non è la prima volta che essi fanno la triste esperienza di quanto sia terribile la peste:quella del 1348 ha portato via i due terzi della popolazione, e quella del 1575, anche se meno violenta, è così insistente e duratura che la Serenissima ricorre all’aiuto divino e fa voto di costruire la Chiesa del Redentore alla Giudecca. Quella del 1630 è particolarmente violenta, e Venezia presenta uno spettacolo desolatissimo: i lazzaretti sparsi per le isole sono incapaci di contenere gli appestati che pertanto rimangono nelle case, il più delle volte senza medici, essendo insufficienti, quelli rimasti, per un servizio tanto intenso. Le medicine presto si esauriscono, ed anche le riserve di viveri vengono a mancare. Persino i cadaveri non trovano degna sepoltura e rimangono abbandonati per le strade, aumentando i contagio tra i vivi . Sono stati i Lanzichenecchi, venuti in Italia per l’assedio di Mantova, a diffondere la peste che in un baleno infetta la Lombardia e quindi l’Italia tutta: è la peste descritta con tanto realismo da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi. Venezia, città di mare e di grandi commerci, forte della esperienza passata, prende ogni precauzione per evitare che il male entri nella laguna, ma il morbo compare improvvisamente in città portato, dicono gli storici, dall’ambasciatore di Carlo Gonzaga Nevers, il marchese de’ Strigis, che si reca a trattare la pace con l’Imperatore Ferdinando II, portando con sé preziosi doni, ed una lettera per il Doge Nicola Contarini. Il Senato della Repubblica lo blocca al suo ingresso in città e lo obbliga ad una quarantena, prima nell’isola del Lazzaretto vecchio e poi, per sua comodità, nell’isola di San Clemente. Ma per inevitabile fa- talità, o per imprudenza da parte del falegname che presta alcuni lavori di adattamento della casa, la peste che colpisce l’ambasciatore ed i suoi fa- miliari, compare nella contrada di San Vito, poi in quella di San Gregorio, ed in breve in tutte le contrade. In mezzo a tanta sventura, Venezia, ormai incerta e disorientata, si trova impotente a lottare contro il male. Il Patriarca Giovanni Tiepolo, con il Clero ed i fedeli,”versando lagrime di dolore e di compunzione”, guida pubbliche processioni e solenni esposizioni del SS. Sacramento in Cattedrale, ad implorare la clemenza del Cielo. Il Doge ed il Senato della città deliberano che per quindici sabati si facciano in San Marco particolari preghiere con processione, portando l’immagine miracolosa della Vergine, seguita da tutte le Autorità. Il 26 ottobre, primo dei quindici sabati,dopo la processione, sotto le volte ma- estose di San Marco, davanti alla statua della Madonna Nicopeia, il Doge, a nome di tutta Venezia, con voce che tradisce l’emozione, pronuncia il Voto di «erigere in questa Città e dedicare una Chiesa alla Vergine Santissima, intitolandola Santa Maria della Salute, e che ogni anno, nel giorno che questa Città sarà pubblicata libera dal presente male, Sua Serenità et li successori suoi anderanno solennemente col Senato a visitar la medesima Chiesa a perpetua memoria della Pubblica gratitudine di tanto beneficio».

1 Per l’erezione della Chiesa viene scelta l’area della Trinità, nel posto dell’antica dogana marittima, fino ad allora occupata dal Seminario. Tra i tanti, viene scelto il progetto di Bal- dassarre Longhena, allora ventiseien- ne, ed il 1° aprile 1631, nonostante la malattia del Doge, viene benedetta la prima pietra. La costruzione però, che inizia solo nel 1633, si protrarrà a lun- go: nel 1653 la Chiesa viene aperta al culto, ma potrà essere solennemente consacrata solo il 9 novembre 1687, a lavori ultimati. L’architetto Longhe- na, che non avrà la consolazione di vedere l’opera finita, perché muore ottantaseienne nel 1682, crea un vero capolavoro, una delle opere più belle e fantasiose dell’architettura barocca. Ideata a forma di corona del Rosario, e preceduta da quindici gradini, quanti sono i misteri del Rosario, è di pian- ta ottagonale coperta da una grande cupola emisferica, su un alto tambu- ro. Una cupola minore, affiancata da due campanili, copre il presbiterio. La facciata, preceduta da un ampia scalinata, si presenta come un gran- dioso arco di trionfo, nel quale si apre il portale. L’interno, vasto e luminoso, è caratterizzato dall’ampio vano della cupola centrale, delimitato dalle colonne e pilastri che reggono le otto arcate. Nel perimetro della rotonda si aprono sei cappelle ed, in fondo, quella con al centro l’Altare maggiore marmoreo, veramente monumentale. In alto, sulle nuvole, la statua della Madonna, in piedi come una maestosa Signora che devozione alla Madonna della Salute: regge sul braccio sinistro il Bambino.

Sulla destra un angioletto scaccia con una fiaccola la peste, raffigurata da una vecchia strega; sulla sinistra, una nobile signora prostrata in preghiera rappresenta Venezia; ai lati dell’altare le statue di San Marco e di San Lorenzo, patroni di Venezia. Al centro dell’altare è collocata, dal 21 novembre 1670, l’Icona della Madonna detta Mesopanditissa (Mediatrice di pace) portata da Francesco Morosino dopo che l’isola di Creta cade nelle mani dei Turchi. Grande, lungo il corso dei secoli, è la devozione dei Veneziani verso la Madonna della Salute, che ancora oggi festeggiano con una solenne processione di barche sul Canal Grande. Il Cardinal Giuseppe Roncalli, eletto Papa a fine ottobre 1958, ora Beato Giovanni XXIII, in un messaggio a tutti i Veneziani così rivela la sua devozione alla Madonna della Salute:

«Per cinque anni consecutivi avemmo il singolare favore di partecipare con voi e di presiedere alle annuali celebrazioni della Madonna della Salute, che si ricollegano al voto formulato dai padri vostri nel 1630, nella circostanza dolorosa di un morbo nefasto. … Fin dall’alba di stamane Noi veniamo contemplando in spirito il vostro festoso e sollecito pellegrinare al gran tempio della Salute, qui da questo sacro Colle Vaticano, cui sul finire del mese consacrato alla devozione del Rosario Ci addusse la bontà misericordiosa del Signore».

Davanti alla chiesa e nei campi vicini si svolge una fiera e non mancano le bancarelle: non solo ceri votivi, ma anche fritole, dociumi in genere, palloncini, giocattoli, in un’atmosfera mista di sacro e profano.

 

 

 

 

 

 

Esiste un solo cibo al mondo che è presente nei negozi solo per una settimana all’anno e si trova, guarda caso, solo a Venezia: la Castradina. I macellai lagunari la espongono da lunedì e dopo il 21 novembre scomparirà come sempre.

E’ un piatto che affonda le sue origini nella storia di Venezia.

Un tempo la Riva degli Schiavoni non era così ampia ed era lo scalo delle navi commerciali che giungevano dall’oriente; questa era la vera porta d’ingresso alla città prima che la costruzione del ponte della Libertà. Il panorama era quanto meno “multietnico”: galee mercantili, tartàne albanesi e bastimenti turchi, con marinai orientali con braghesse, fez e scarpe a punta, casotti di legno per lo stoccaggio delle merci, che erano di ogni genere, soprattutto alimentari: formaggi, pesce, animali vivi come agnelli, montoni, bovini.
Gli animali per lo più giungevano dai Balcani, ed è per questo che la Riva prese a chiamarsi “degli Schiavoni”, perché con il termine Sclavonia si indicava la fascia costiera della Dalmazia, della Bosnia e dell’Albania. 

La Castradina S’ciavona è di quel periodo e si tratta di carne di montone castrato affumicata, speziata ed essicata al sole, servita con brodo di verze.

Il Radicchio di Treviso – Il fiore che si mangia

 


Il radicchio di Treviso è l’estremo dono della terra, che, quando l’autunno si assopisce nell’inverno, dall’umiltà verdognola del campo, sommerso negli stessi umori della stagione in dissolvimento, si gonfia di linfe trionfali che gli danno un colore ed una consistenza impareggiabili.

Il rosso, tono dominante della natura moribonda, diviene risplendente nei riflessi dorati, e si erge nella sua crescente freschezza come su steli di alabastro, a cantare una vita che sfida i rigori dell’inverno e se ne avvantaggia.

È strano, ma nel radicchio di Treviso, dalla linea gotica slanciata, sembra sintetizzarsi quasi l’antica anima veneta, dalle ancestrali osservanze religiose, dal profondo rigore morale, dalle speranze rivolte ai cieli, sino alla delicata contemplazione della natura, ed al gusto di aderirvi serenamente con una semplicità assoluta che diviene raffinato uso delle gioie che essa propone saggiamente ed onestamente ai sensi.

Il nome botanico della specie spontanea della cicoria o radicchio rosso trevigiano è Cichorium Intubus“.

Si tratta di una pianta dicoltiledone della famiglia delle Asteracee, sottofamiglia Ligulifore, tribù Cicoracee:

Si trova ovunque nei luoghi erbosi e incolti, dall’Eurasia sino ai confini dell’Afghanistan e del Belucistan. Geograficamente poteva esistere anche nel giardino dell’Eden, per questo si narra che la cicoria sia stata scoperta da Adamo nel Paradiso Terrestre.

L’utilizzazione da parte dell’uomo della specie spontanea risale alla notte dei tempi. Plinio il Vecchio (23-79 a. C.), nel Naturalis Historia, citava la lattuga veneta sottolineando le sue qualità depurative. In antichità veniva usato come medicamento, specialmente per curare l’insonnia.

I caratteri della specie primitiva si modificarono nei secoli a causa dell’ adattamento ambientale, per ibridazioni naturali e per selezioni, sino a giungere al prodotto perfetto che è oggi il radicchio rosso della Marca Trevigiana. Solo in questa terra esistono le condizioni ideali per la sua produzione, infatti, la coltivazione del radicchio rosso è stata tentata, diverse volte, senza successo, già dal secolo scorso, in varie parti d’Italia e d’ Europa.

                                                                                                                                                                   Per scoprire di più radicchio.net
 

La Scuola dei Merletti di Burano

Ph-GhezzoClaudio Burano-Museo Del MerlettoIl museo, aperto nel 1981, ha sede negli spazi della storica Scuola dei Merletti di Burano, fondata nel 1872 dalla Contessa Andriana Marcello per recuperare e rilanciare una tradizione secolare. Dopo la chiusura della scuola, un Consorzio creato dagli Enti pubblici veneziani e dalla Fondazione Andriana Marcello – nel frattempo costituitasi – inizia, a partire dal 1978, un’attenta attività di riscoperta e valorizzazione culturale di quest’arte: l’archivio dell’antica Scuola, ricco di importanti documenti e disegni, viene riordinato e catalogato; la sede viene ristrutturata e trasformata in spazio espositivo. Nasce così il Museo del Merletto. Vi sono esposti oltre cento preziosi esemplari della ricca collezione della Scuola, oltre a importanti testimonianze della produzione veneziana dal XVI al XX secolo.
Incluso dal 1995 nei Musei Civici Veneziani, questo spazio offre oggi non solo l’esposizione di pezzi di grande valore, ma anche la possibilità di osservare dal vero le tecniche di lavorazione proposte dalle merlettaie, ancora oggi depositarie di quest’arte e presenti al mattino in museo. Inoltre è a disposizione degli studiosi l’archivio, importante fonte di documentazione storico – artistica, con disegni, foto e varie testimonianze iconografiche.

Ricorrenze per l’estate di San Martino in Italia

L’ Estate di San Martino o festa di San Martino è il nome con il quale viene indicato un preciso periodo autunnale durante il quale a seguito delle prime gelate, si verificano solitamente condizioni climatiche di tempo bello e relativo tepore.

All’interno dell’emisfero australe il fenomeno si può osservare solitamente in tardo aprile o iniziomaggio. Mentre nell’emisfero boreale questo periodo coincide nei giorni che vanno dall’ 8 all0 11 novembre. In alcuni paesi anglosassoni viene anche chiamata Indian summer.

San Martino viene festeggiato il giorno 11 novembre. nel corso dell’estate di San Martinoche dura generalmente 3 o 4 giorni venivano rinnovati i contratti agricoli annuali; da questo deriva il detto fare San Martino, ovvero traslocare.

Tradizionalmente in questi giorni vengono aperte le botti per il primo assaggio del vino novello, che di solito viene abbinato alle prime castagne (da qui il motto “a San Martino ogni mosto diventa vino!”). Questa tradizione viene celebrata anche in una celebre poesia diGiosuè Carducci intitolata appunto San Martino.

El parón de caxa (Il padrone di casa)

Il campanile di San Marco è uno dei simboli della città di Venezia.

I veneziani lo chiamano affettuosamente El parón de caxa

(Il padrone di casa).

Alto 98,6 metri è uno dei campanili più alti d’Italia. Si erge, isolato, in un angolo di piazza San Marco di fronte alla basilica. Di forma semplice, si compone di una canna di mattoni, scanalata, avente un lato di 12 metri e alta circa 50 metri, sopra la quale si trova la cella campanaria, ad archi. La cella campanaria è a sua volta sormontata da un dado, sulle cui facce sono raffigurati alternativamente due leoni andanti e le figure femminili di Venezia (la Giustizia). Il tutto è completato dalla cuspide, di forma piramidale, sulla cui sommità, montata su una piattaforma rotante per funzionare come segnavento, è posta la statua dorata dell’arcangelo Gabriele. La base della costruzione è impreziosita, dal lato rivolto verso la basilica, dalla Loggetta del Sansovino.

Sacrario di Redipuglia

Redipuglia, il più grande Sacrario militare italiano, realizzato su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni e innaugurato nel 1938, raccoglie le salme di 100.000 caduti dell Grande Guerra.
L’opera si presenta come uno schieramento militare con alla base la tomba del Duca d’Aosta, comandante della III Armata, e ai lati quella dei suoi generali.
Alle spalle si ergono 22 gradoni che contengono le salme dei caduti noti. Nell’ultimo gradone in due grandi tombe comuni ai lati della cappella votiva, riposano le salme di 60.000 Caduti Ignoti. Nella cappella e nelle due sale adiacenti sono custoditi oggetti personali dei soldati italiani e austro-ungheresi.
La memoria individuale della guerra qui diviene collettiva fino a varcare i confini nazionali senza

distinzione di bandiera. Questo concetto è ribadito dalla testa in pietra del Cristo dolente, custodito nell’altare della cappella, ritrovato in una dolina del Carso. Pregevole è il rivestimento in marmo nero della Cappella, a simboleggiare una lapide tombale.

Goldoni IL Veneto e Le Zucche

Goldoni e il Veneto, un autore storico del teatro italiano e un territorio legati indissolubilmente. Venezia come centro del mondo, la lingua della capitale della Repubblica Veneta come base delle sue opere,entrate a far parte della storia del teatro italiano. Poche frasi per riassumere la vita di Carlo Osvaldo Goldoni, che a Venezia e nel Veneto ha costruito la sua figura. Un amore infinito per il territorio e la lingua d’origine,come egli stesso dichiarò nell’introduzione de “Le Massere”: “la lingua nostra è capace di tutta la forza e di tutte le grazie dell’arte poetica e non ha che invidiare alla più elegante toscana”.Una forza che con il passare dei secoli non è mai diminuita.