Ponte della Misericordia

Il Ponte della Misericordia o comunemente chiamato  il Ponte Chiodo è rimasto l’unico senza sponde di protezione a Venezia. Se ne può vedere uno simile a Torcello: il Ponte del Diavolo. Esso si trova vicino alla Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia (o di Santa Maria di Valverde) che fu una scuola (confraternita) di Battuti di Venezia attiva dal 1308 al 1806. Il Ponte della Misericordia si trova al termine delle Fondamenta San Felice, e proprio davanti al ponte il Ramo della Misericordia conduce all’imbocco delle Fondamenta della Misericordia.

Nel Ghetto di Venezia

Il termine ghetto pare sia nato a Venezia, da getto (colata di metallo), per via di un’antica fonderia che si trovava qui. Dal 1492 molti ebrei cacciati dalla Spagna trovarono rifugio a Venezia; nel 1527 essi furono obbligati per legge a trasferirsi in questa zona. Soggetti a coprifuoco per evitare che fraternizzassero con le donne del luogo, dormivano rinchiusi all’interno di cancellate e la loro isola era pattugliata da una barca armata. Ogni nuovo gruppo linguistico costituiva la propria sinagoga (cinque in tutto) e alzava gli edifici dei locali bassi fino a sette piani.

In Campo del Ghetto Nuovo di Venezia è visibile ilMonumento all’Olocausto (1980), che è opera dello scultore lituano Arbit Blatas dedicata dalla comunità ebraica ai suoi deportati, il progetto fu di Franca Semi. Poco distante è ancora attiva una casa di riposo. Attualmente la comunità ebraica del Ghetto di Venezia risulta decisamente ridotta (30 residenti), ma sono ben 500 gli iscritti ad essa. Mentre un tempo nel Ghetto di Venezia erano fiorenti le attività bancarie e tipografiche (specialmente nel XVI secolo), la principale risorsa al giorno d’oggi è il turismo. E’ doloroso ricordare che durante la seconda guerra mondiale vennero deportate dal Ghetto di Venezia oltre 200 persone nei due tragici giorni del 5 dicembre 1943 e 17 agosto 1944.

La Scuola Grande di San Rocco

Accecante al mattino grazie ad un splendido restauro che l’ha ripulita, la facciata del primo Rinascimento di questo edificio storico, che ospita capolavori del Tintoretto, è una meraviglia di volute intrecciate di marmo scolpito ed elefanti accovacciati che sorreggono possenti colonne. La facciata in Pietra d’istria è intarsiata con porfidi di Borgogna e inserita in marmo dalle venature verde e crema. Progettata da Bartolomeo Bon nel 1517 e ampliata da Scarpagnino e altri costruttori, l’imponente edificio con l’adiacente chiesa era sede di una delle confraternite più importanti della città, che godeva dell’onore di una visita annuale del doge.

    

Mercato di Rialto

Il centro commerciale di Venezia bruciava di vita oggi come sempre, i documenti registrano la presenza di mercati qui fin dal 1097.l’area è anche il cuore storico della città e deriva il suo nome da Rivo altus,l’alta riva che garantiva ai primi abitanti un riparo dalle maree. Gran parte degli edifici risale al XVI sec., perché nel 1514 un incendio distrusse il rione.

Rialto Mercato

Il Meraviglioso soffitto della chiesa di San Pantalon a Venezia

Il Martirio di San Pantalon, opera di Gian Antonio Fumiani, dipinta tra il 1680 e il 1704
Il Martirio di San Pantalon, opera di Gian Antonio Fumiani, dipinta tra il 1680 e il 1704

Vicino al vivace campo Santa Margherita a Venezia c’è una chiesa dall’aria un po’ anonima, dal momento che ha la facciata incompleta: la chiesa di San Pantalon.

Ma questa chiesa nasconde al suo interno un’incredibile sorpresa…. Sul soffitto si trova il più grande dipinto su tela del mondo, che raffigura il Martirio e la gloria di San Pantalon, opera di Giovanni Antonio Fumiani.

Davanti agli occhi dei visitatori si apre uno scenario imponente, dove la struttura architettonica reale della chiesa si prolunga nelle architetture dipinte, creando un’illusione visiva assolutamente unica.

Questa enorme opera copre una superficie di 443 metri quadrati, in cui si affollano centinaia di personaggi in uno spazio reso enorme dal sapiente uso della prospettiva. Non è un caso infatti che il pittore fosse specializzato nella realizzazione di scenografie teatrali.

Giovanni Antonio Fumiani ci mise più di 20 anni a realizzare questa colossale opera, dal 1680 al 1704 e una leggenda narra che il pittore morì cadendo dalle impalcature mentre stava dando gli ultimi ritocchi…

Piazza delle Frutta

Dopo aver assaporato una tazzina di buon caffè al Pedrocchi, alla scoperta di Piazza delle Erbe.

Anche allora, come adesso era delimitata da edifici in cui aspetto è mutato nel tempo, ma la struttura della piazza si è complessivamente conservata. E’ piacevole attraversarla sia durante la settimana, quando è animata da suoni, colori e profumi che provengono dalle bancarelle del quotidiano mercato, sia nei giorni festivi o di sera, quando vuota e silenziosa, la si può ammirare in tutta la sua maestosità.

Nel Duecento, La Piazza del Palazzo della Ragione era un attivissimo centro commerciale e artigianale; vi si vendevano vino, stuoie, ferro, pellicce,pergamene,giubbe,ma soprattutto,legumi e biade. 

Una tazza di buon caffè al Pedrocchi

“Il caffè senza porte”, così i padovani chiamarono per tanti anni il Caffè Pedrocchi;ed effettivamente il locale dal 1831al 1916 rimase sempre aperto, anche di notte, per volontà degli antichi proprietari.

Solo i pericoli conseguiti la guerra ne causarono la chiusura secondo l’orario di tutti gli altri esercizi pubblici. Quando agli  inizi del’Ottocento il “sior ” Antonio Pedrocchi cominciò  ad acquistare l’area,dove poi sarebbe sorto lo stabilimento, egli era già un famoso caffettiere e la moda del caffè era largamente diffusa, tanto che in Padova si contavano già parecchie botteghe di caffè. Ma l’ambizione del Pedrocchi era di sfruttare la posizione centrale della sua panetteria e la vicinanza con il Bo, la sede dell’Università, per farne un punto di riferimento della sua vita culturale e commerciale della città. E così effettivamente avvenne, appena inaugurato, nel 1831,il Pedrocchi divenne luogo di ritrovo di studenti,artisti,letterati come Ippolito Nievo o Giovanni Prati, e di patrioti come Arnaldo Fulminato; in una sala interna, la bianca, si conserva una targa a ricordo di una pallottola sparata da un austriaco durante i morti del Pedrocchi1848. Ma il lungimirante “sior ” Antonio pensò  anche ai commercianti e riservò una sala al pianterreno, la gialla, alla borsa merci; al piano nobile invece, che fu inaugurato nel 1842 con la Riunione degli Scienziati Italiani, si stabilì qualche anno dopo la sede della Società del Casino Pedrocchi.

La Storia del Panevin

image

La tradizione del Panevin fonda le sue radici nel lontano periodo celtico (circa V sec. A.C.) presso l’antico popolo dei Veneti; questo falò serviva per evocare il ritorno del sole sulla terra, cioè l’allungarsi delle giornate che inizia dal solstizio d’inverno. Il fuoco serviva per celebrare questo giorno che con il calendario Giuliano coincideva con il 25 dicembre.
Nel Medioevo, con l’evangelizzazione delle campagne venete, il Panevin perse le sue origini pagane assumendo una connotazione cristiana. Il falò venne spostato al giorno dell’Epifania per ricordare i Re Magi che portarono i doni a Gesù Bambino. Secondo la leggenda i falò della campagna veneta furono loro utili per trovare la via di Betlemme essendosi persi.
Al loro ritorno, racconta sempre la leggenda, non vedendo nessuna luce nella campagna, si persero nuovamente nella pianura Padana andando a morire nel Milanese (ciò sarebbe testimoniato dalla presenza nel Duomo di Milano di un sarcofago con l’iscrizione “trium Magerum”). Nella notte del 5 gennaio nel Medioevo, come anche oggi, l’occasione del falò forniva al popolo un momento di unione e ritrovo con tutta la comunità cittadina davanti a un buon bicchiere di vino caldo (brulè) e un pezzo di pinza.Una delle principali tradizioni legate al Panevin è quella di osservare in che direzione va il fumo; in base a questa, i contadini trevigiani predicevano se il raccolto dell’annata sarebbe stato buono o cattivo e oggi la predizione viene estesa agli eventi personali.Questo momento è detto dei “pronosteghi” e funziona, all’incirca, secondo quanto recita un detto popolare come il seguente, anche se ne esistono molti altri:
“falive a matina, tol su el saco e va a farina” (cioè se la direzione presa dal fumo e dalle faville è il nord o l’est, prendi il sacco e vai ad elemosinare)
“se le falive le va a sera, de polenta pien caliera” (se la direzione è ovest o sud, il raccolto sarà buono…quindi la pentola sarà piena di polenta)
se le falive le va a garbin tol su el caro e va al mulin” (se la direzione è del libeccio per l’abbondanza devi andare a prendere la farina con il carro).
Anche oggi la tradizione del Panevin è molto diffusa.