Le Barene e Le Velme

Le isole tabulari emergenti dal livello medio delle acque lagunari di pochi centimetri ed i bassi fondali che emergono soltanto nel corso delle basse maree, costituiscono le strutture geomorfologiche più tipiche dell’ambiente lagunare.

Nel primo caso, ovvero per le barene, si ha una condizione emergente pressoché permanente e che viene meno soltanto con le maree di maggiore entità; nel secondo caso, cioè per le velme , si ha al contrario una sommersione prolungata e interrotta soltanto dalle basse maree di maggiore ampiezza.

Le barene risultano pertanto ricoperte da vegetazione di tipo erbaceo e di natura alofita (che sopportano cioè il contatto delle radici con le acque salate), mentre le velme risultano del tutto prive di copertura vegetale, ma anche rivestite di tappeti algali o di praterie di zoostera nana.

Ph-GhezzoClaudio - Barene e Velme

Le Barene e i cipressi dell’ isola di San Franceso del Deserto 

LA VELA AL TERZO

Vela Al Terzo -Ph-GhezzoClaudio - Vela al Terzo_

I topi e le sampierote sono le barche tradizionali della laguna, che per secoli l’hanno attraversata per commercio e trasporto e grazie anche a queste nasce la Vela Al Terzo.

Tipica delle lagune venete, la vela la terzo è chiamata così perché le barche sono armate con una vela con l’antenna superiore fissata all’albero a circa un terzo della sua lunghezza.

Abbandonata per decenni a favore dei motori, la vela al terzo ha visto negli ultimi anni un rifiorire di associazioni di amanti delle tradizioni popolari  provvedendo ad  armare – in gergo marinaro l’attrezzare – le barche con la vela al terzo che è stata recuperata dalla tradizione più antica e riportata in vita

Il grande timone mobile (che nell’acqua bassa si deve poter sollevare) delle barche con vela al terzo funge anche da deriva.

La forma della vela non è triangolare come nelle barche a vela normali ma trapezoidale, con un lato molto alto che supera anche l’albero stesso per poter catturare meglio il vento.

Nei secoli scorsi era l’unico mezzo di propulsione nella laguna veneta oltre ai remi.  Le vele erano tutte colorate in modo diverso, per poter distinguere le varie barche anche da lontano.

In genera la vela viene sempre tenuta a sinistra dell’albero e, a seconda della direzione del vento, funziona anche appoggiata all’albero stesso. L’andatura migliore per questo tipo di vela è con il vento “al giardinetto”, cioè proveniente da poppa e spostato di circa trenta gradi, ma può tenere anche una discreta bolina, cioè con il vento quasi di fronte.

Rispetto ad altre località marine Venezia si presta molto al diporto ( grazie alla natura della sua laguna le sue acque amichevoli e con le trentaquattro isole, in gran parte abbandonate, che costituiscono ottime mete per gite di un giorno) e si possono vedere sempre più spesso delle vele colorate che, lente ma non troppo, percorrono la laguna veneziana in lungo e in largo: è un modo meraviglioso per godersi la natura nel silenzio delle barene, lontano dalla frenesia dei motori, mantenendo vive le antiche tradizioni.

La Conca delle Porte Contarine

La Conca delle Porte Contarine, il monumento idraulico più insigne di Padova, è stato costruito nel XIII secolo durante il governo del podestà Contarini.
La Conca prende probabilmente il nome dal podestà, ma è anche possibile che il nome derivi dalla contrada Contarinorum.

Le Porte Contarine consentivano il ricongiungimento di due corsi d’acqua: quello del Naviglio Interno, proveniente da sud e che attraversava il centro città, e il Piovego.
Sfruttando la caduta d’acqua della Conca, nel 1900 furono accese le prime lampadine elettriche a Padova.
L’Oratorio della Beata Vergine, che si affaccia sulla Conca delle Porte Contarine, è dedicato alla Madonna dei Barcari che lo eressero nel 1723.
Sulla lapide della parete ovest dell’Oratorio sono scolpite le tariffe per il transito dei natanti. Il testo non è leggibile completamente perché fu riscolpito all’inizio dell’800 forse per cancellare l’immagine del leone marciano.

Nella parte inferiore della lapide invece, sono riportati i vari tipi di imbarcazioni previste al transito per il trasporto passeggeri e del legname.
A Padova si possono ammirare le verdi golene addossate alle mura veneziane, erette dopo che la città, nel 1509, durante la guerra della Lega di Cambrai, fu assediata e presa dalle truppe imperiali di Massimiliano d’Austria. La città fu subito liberata e il Senato veneziano  ordinò il rifacimento del sistema difensivo, modello esemplare per l’architettura militare del tempo.

Chiesa di San Canziano

Conosciuta popolarmente anche come “Chiesa di Santa Rita” è storicamente un luogo di fede e raccoglimento. 
La chiesa è dedicata ai santi fratelli Canziano, Canzio, Canzianilla e a Proto, martiri di Aquileia. I lavori di ricostruzione ed ampliamento della chiesa primitiva, una delle più antiche della città, gravemente danneggiata dal disastroso terremoto del 1117 e dal terribile incendio del 1174, furono terminati nel 1617. Durante i lavori la zona presbiteriale fu trasferita da est a sud, ma il campaniletto romanico rimase inalterato. Il restauro del 1955 ha messo in luce, sul fianco destro della attuale costruzione, parte della vecchia facciata con il rosone ed alcune finestrelle, di un periodo che si ritiene successivo al 1117.
Il motivo dell’arco di trionfo romano ripreso sulla facciata è attribuito ad un architetto locale di cultura palladiana, Vincenzo Dotto o Giambattista della Sala. All’interno di nicchie poste tra gli intervalli delle semicolonne, due statue in pietra tenera, del padovano Antonio Bonazza (1698-1763),  rappresentano la Purezza e l’Umiltà. Posti sopra l’attico i quattro Evangelisti e i due bassorilievi con episodi della vita di San Canziano di Pietro Danieletti (1712-1779).
All’interno, ai lati dell’altare maggiore, entro nicchie, sono collocate statue in terracotta rappresentanti i santi Agnese ed Enrico, a sinistra, e Anna e Girolamo, a destra. Le statue, ad esclusione di quella di Sant’Anna, sono tutte attribuite allo scultore trentino Andrea Briosco (1470-1532) che giunto a Padova, fu allievo di Bartolomeo Bellano, a sua volta era stato allievo di Donatello. L’affresco sulla facciata della chiesa della Vergine Immacolata con i Santi titolari, ristrutturato nel 1955, è opera di Lodovico di Vernansal (1689-1749).  Alessandro Varotari (1588-1648), detto il Padovanino, è invece autore della pala sopra l’altare maggiore. Sull’altare della parete di destra compare un’altra immagine dell’Immacolata ad opera di Francesco Zanella, un pittore padovano attivo in città e nei dintorni tra il ‘600 e il ‘700. Nella parete di sinistra, tre pale presentano momenti della vita di San Carlo, di Sant’ Antonio e di Santa Rita da Cascia, il culto della quale, tuttora particolarmente vivo, venne introdotto in questa chiesa all’inizio del Novecento. Per i padovani infatti la Chiesa di S. Canziano è la chiesa di S. Rita. L’altare dedicato alla santa risale al 1930 e la pala posta sopra di esso è opera della pittrice Cecilia Pivato Caniato (1886-1966). Sopra la porta della sacrestia si trova una grande tela di Pietro Damini (1592-1631), Il miracolo del cuore dell’avaro.

Il Naviglio Interno di Padova

Il Naviglio Interno di Padova era l’antico canale che percorreva il centro cittadino. Il canale è derivato dal Tronco Maestro del Bacchiglione all’altezza del Castello di Padova e si ricongiungeva ad esso con la Conca di Navigazione delle Porte Contarine, per poi dare origine al canale Piovego. Il Naviglio interno era attraversato da numerosi ponti di epoca romana e fungeva inoltre da fossato per la cinta muraria orientale.

Attualmente il vecchio Naviglio Interno non è più percorribile, in quanto coperto e tombinato negli anni cinquanta. Il suo tracciato corrisponde in gran parte alle odierne vie “Riviera Ponti Romani” e “Riviera Tito Livio”.

Padova e le vie d’acqua

Fin dai tempi antichi la via d’acqua era preferita dall’uomo; il trasporto fluviale era considerato comodo e sicuro rispetto alle strade spesso impraticabili per le piogge, il gelo o il brigantaggio.
Nel Veneto, già ricco di corsi d’acqua naturali, venne scavata una fitta rete di canali artificiali navigabili, vere e proprie autostrade d’acqua, per collegare tra loro fiumi, rendere più breve o agevole il trasporto, l’irrigazione e lo sfruttamento energetico; la grande rete di fiumi e canali navigabili rappresentò per le genti venete la fonte primaria di ricchezza.
Attraverso una fitta serie di canali tutte le città venete erano collegate tra loro e tutte erano collegate alla laguna di Venezia e al mare, principali punti di scambio commerciale.
Quando poi si navigava in canali con poca pendenza o si risaliva controcorrente, le imbarcazioni venivano trainate dai cavalli, guidati dai cavalanti, o dagli stessi barcari che camminavano lungo l’argine, sulle rive chiamate alzaie.
Per agevolare la navigazione si costruirono le Conche di Navigazione, dette anche Chiuse o Porte, veri e propri ascensori d’acqua che congiungevano corsi d’acqua di diverse altezze e permettevano alle imbarcazioni di risalire o discendere il corso d’acqua.
I grandi commerci e le necessità della Repubblica Serenissima di Venezia favorirono una grande crescita delle richiesta di beni e risorse dell’entroterra; granaglie, prodotti agricoli, legnami, marmi, pietre calcaree dei Colli Vicentini e la pregiata trachite dei Colli Euganei arrivavano a Venezia via acqua.
Ma oltre alle merci, i percorsi fluviali che collegavano Venezia con Padova e i Colli Euganei erano frequentati da burci, padovane, gondole, sandoli e burchielli che trasportavano persone e merci lungo le aste fluviali dei fiumi, dove venivano costruite delle residenze, inizialmente per controllare le attività dei poderi, che poi si trasformarono in splendide Ville.

Il Medico Della Peste

Il Medico della Peste è attualmente il nome di una maschera che viene indossata durante il carnevale di Venezia, ma le sue origini non sono così divertenti.

Il medico della peste era infatti l’unico dottore ammesso ad essere a contatto con gli ammalati di questo terribile morbo. Il medico della peste era completamente avvolto da un mantello nero, portava un cappello rotondo (anch’esso nero) e sul suo volto egli indossava la maschera che possiamo vedere nelle immagini. All’interno della maschera il medico della peste metteva delle erbe aromatiche che avevano il compito di purificare l’aria da respirare, mentre al di fuori appoggiava degli occhiali. Il medico della peste poteva toccare gli appestati ed i loro indumenti solo con una lunga bacchetta di legno.      La figura del medico della peste fu tristemente nota a Venezia durante le epidemie 1347-49, 1575-77 e 1630-31 che costarono la vita a decine di migliaia di persone. Il medico della peste assisteva i contagiati ed i sospetti ammalati che dovevano rimanere in quarantena presso le isole del Lazzaretto Nuovo e del Lazzaretto Vecchio. Tali isole sono localizzate nella Laguna di Venezia e con tutta probabilità esse salvarono la vita al resto della popolazione. Le due isole adibite a lazzaretti erano comandate da un priore laico, al loro interno veniva praticata la fumigazione per cercare di distruggere il morbo della peste e si dava sepoltura su fosse comuni a chi era morto contraendo il contagio. La peste venne finalmente debellata agli inizi del ‘700. Fu allora che durante i carnevali più sfrenati della ormai decadente Serenissima si cominciò ad usare per divertimento questa maschera che era stata adoperata nei secoli precedenti come mezzo di protezione. Tale maschera con il naso lungo è curiosa per la sua forma così simile a quella del becco di una cicogna (o di un tucano). Ricordando le sue origini funeste, ai veneziani fa ancora impressione vedere in giro la maschera del Medico della Peste durante il carnevale. Chi invece non ne conosce la storia, trova questa maschera decisamente bizzarra e fuori dal comune.

Il Volo del Turco (o dell’Angelo)

Sembra che durante un carnevale, alla metà del 1500 un giovane turco, acrobata di mestiere, sia stato protagonista di un’impresa mai vista a Venezia. Da una barca solidamente ancorata nel molo, davanti alla Piazzetta, l’acrobata riuscì ad arrivare fino alla cella campanaria del Campanile di San Marco, camminando su di una corda soltanto con l’aiuto di un bilanciere.
Fu una cosa impressionante, ed entusiasmò talmente il popolo veneziano che da quell’anno l’impresa, chiamata ormai “Svolo del Turco” (Volo del Turco), fu sempre richiesta a gran voce e per secoli si rinnovò durante il Carnevale. Di solito si svolgeva il Giovedì Grasso, con la Piazza San Marco gremita dalla folla incitante e alla presenza del Doge e della nobiltà.

Nelle versioni successive lo “Svolo” fu ripetuto sempre da acrobati professionisti, fino a quando alcuni popolani della categoria “Arsenalotti” (le maestranze dei cantieri dell’Arsenale) non vollero provare essi stessi, prendendo la cosa così a cuore da diventare, nei secoli, la categoria specializzata in tale impresa.

Con gli anni lo “Svolo” cambiò forme ed usanze, diventando una cerimonia ufficiale che sostanzialmente si divideva in tre fasi, che il cosiddetto “Turco” (o “Angelo” per le ali finte che aveva addosso) doveva svolgere:

1) salire sulla corda fino al campanile facendo spettacolo;
2) scendere poi con piroette fino alla loggia del Palazzo Ducale dove il Doge, assieme a tutto il potere politico e agli ambasciatori stranieri, riceveva dalle sue mani un mazzo di fiori o delle carte con dei sonetti;
3) risalire sul campanile.

Spesso in cambio del mazzo di fiori il Doge premiava il “Turco” con una somma di denaro.

E’ proprio vero che la fantasia acuisce l’ingegno: i modi per salire e per scendere dal campanile furono molti e sempre più tecnologici: doppie e triple corde, argani, verricelli e molte “scappatoie” per annullare la forza di gravità.

Ed anche lo spettacolo non era sempre uguale: durante il carnevale del 1680 tale Sante da Ca’ Lezze riuscì a salire fino alla cella campanaria con un cavallo vivo, salì poi sopra l’angelo dove si esibì in mille piroette. Durante il carnevale dell’anno seguente salì addirittura con una barchetta, facendo finta di vogare con vera maestria da commediante e, arrivato alla cella campanaria risalì sulla testa dell’angelo con giochi da equilibrista.

A volte si svolgevano più “Svoli” contemporaneamente, come nel 1760 quando ben quattro persone si cimentarono nell’impresa: il primo salì a cavallo di un satiro, il secondo sopra una barchetta, il terzo con due cannoncini legati al corpo ed il quarto, libero da pesi ma ottimo equilibrista, fece trattenere il fiato a tutti per le sue arditissime evoluzioni.

Gli incidenti non mancarono, come quel tale Nane Bailo, di una famiglia di famosi arsenalotti, che nel 1759 si schiantò tra il raccapriccio della folla. Fu probabilmente a causa di questi incidenti che più avanti l’acrobata fu sostituito da una grande colomba di legno che, scendendo, spargeva fiori e coriandoli sopra la folla.

Nelle 2001, però la gente di Venezia ha gettato la prudenza al vento e ha deciso di ripristinare il famoso volo dell’angelo, gettando di nuovo una vera persona dal Campanile di San Marco.  Adesso possiamo ammirare non solo i costumi del’antica Serenissima guardando la processione delle Marie, ma possiamo anche goderci lo spettacolo audace in cui una giovane ragazza, per un giorno nominata Maria, salterà fuori il Campanile per dondolare sopra Piazza San Marco, in mezzo a un tripudio di colori, musica, coriandoli e palloncini!

 

La Bauta e la Moretta il Carnevale a Venezia nel settecento e contemporaneo

la Bauta (che si pronuncia con l’accento sulla “u”, Baùta). Queste maschere veneziane le indossavano sia gli uomini che le donne, ed erano così composte: maschera bianca per il volto, mantello nero (detto anche “tabarro”) ed il tipico copricapo del ‘700, il tricorno di colore nero. Le maschere veneziane più usate dal popolo erano il Bernardone o Bernardon e la Gnaga: la prima fingeva di essere malata e si sosteneva con le grucce, la seconda era un uomo travestito da donna. IlMattaccino era il pagliaccio del carnevale che, ripetendo un’antica usanza, gettava uova ripiene di profumi verso gli amici affacciati sui balconi. La Moretta era tra le maschere veneziane quella preferita tra le donne. Di colore nero e di forma ovale, stava aderente al viso perchè sostenuta da un bottoncino attaccato alla maschera e trattenuto con la bocca dalle veneziane.