Il parco di Villa Pisani : Il Parco più bello d’ Italia

Il parco di Villa Pisani è stato insignito del premio “Il Parco più bello d’ Italia 2008”.

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“Passo non si faceva senza trovar nuovo spettacolo e nuova meraviglia”, diceva del parco di Villa Pisani un entusiasta visitatore ottocentesco. E ieri come oggi il parco incanta per le scenografiche viste, le originali architetture, dalla Coffee House all’Esedra,con due gallerie di glicine ai lati, la torretta al centro del famoso labirinto Ph-GhezzoClaudio _ Villa Pisani-5di siepi,su progetto Vista del labirintodell’architetto padovano Girolamo Frigimelica de’ Roberti, autore del famoso “Labirinto d’Amore”, tra i più importanti d’Europa,è formato da nove cerchi concentrici di siepi di bosso, ed è a percorso libero. Pur essendo stato rinnovato più volte, mantiene la sua struttura originaria: richiama infatti,l’idea cinquecentesca dei labirinti inaugurati dai Gonzaga a Mantova. La struttura del parco di Villa Pisani richiama i modelli francesi applicati da Andrè Le Nôtre alla reggia di Versailles e si incrocia con la tradizione veneta del giardino cintato. In epoca napoleonica è stato aggiunto il boschetto inglese a ovest del parco. L’ influenza dell’800 austriaco si caratterizza invece, per la grande attenzione dedicata alla botanica in vaso e in terra, con le serre e l’ inserimento di grandi esemplari arborei, prima che il revival del ‘900 introducesse lunghe siepi di bosso e la grande vasca d’ acqua del parterre. Al 1839 risale la costruzione di una seconda ghiacciaia, posta ad ovest delle scuderie sullo sfondo del grande parterre centrale tra gli alberi del boschetto.
Il parco di Villa Pisani è stato interamente restaurato e oggi si può ammirare una ricca collezione botanica.

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Villa Pisani La Regina delle ville venete

Ph-GhezzoClaudio _ Villa Pisani-2Situata lungo l’incantevole Rivera del Brenta, a 10 minuti da Padova e 20 da Venezia, la maestosa villa dei nobili Pisani si estende su una superficie di 11 ettari ed un perimetro esterno di circa 1.500 metri. All’epoca della costruzione Villa Pisani contava 114 stanze (oggi sono 168), in omaggio al 114° Doge di Venezia Alvise Pisani.

Venne costruita a partire dal1721 su progetto di Gerolamo Frigimelica e Francesco Maria Preti per la nobile famiglia veneziana dei Pisani di Santo Stefano. Al suo interno sono visibili opere di Giambattista Tiepolo (tra cui il capolavoro “Gloria della famiglia Pisani”, affrescato sul soffitto della maestosa Sala da Ballo.) , Giovanni Battista Crosato, Giuseppe Zais, Jacopo Guarana, Carlo Bevilaqua, Francesco Simonini, Jacopo Amigoni e Andrea Urbani.

Ph-GhezzoClaudio _ Villa Pisani-1La sua monumentalità ha fatto sì che la villa fosse più volte scelta come residenza o come sede per incontri dogi, re e imperatori, monarchi,capi di stato e di governo; Villa Pisani ha ospitato anche Napoleone Bonaparte nel 1807 ,che la acquistò dalla famiglia Pisani per 1.901.000 lire venete,per poi consegnarla al viceré del Regno d’Italia Eugène de Beauharnais. Nel 1814 la villa diventò proprietà degli Asburgo, diventando luogo di villeggiatura ed ospitando l’aristocrazia europea, da Carlo IV di Spagna allo Zar Alessandro I a Ferdinando II di Borbone, re di Napoli.
Nel 1866, anno dell’annessione del Veneto al Regno d’Italia, Villa Pisani divenne proprietà dello Stato, perdendo la funzione di rappresentanza e diventando, nel 1884 museo. Nel 1934 ospitò il primo incontro ufficiale tra Mussolini e Hitler. È stata usata da Pier Paolo Pasolini, nel 1969, per le riprese del film Porcile.

I MULINI DEL DOLO

Nonostante allo stato attuale non ci siano documenti storici comprovanti la presenza di Dolo in epoche antiche, alcune circostanze, come la sua collocazione geografica e la sua vicinanza alla Via Annia, fanno presupporre che possa essere stata, con molta probabilità, una stazione di posta romana.

Le prime notizie sul territorio, identificato come Ca del Bosco, compaiono attorno al 1400 anche se già, in qualche documento coevo, si trovano tracce del toponimo Dolo.

Come oscuro borgo contadino seguì, nel periodo medievale, le sorti di Padova, alla quale era sottomesso, per passare dopo che questa fu sconfitta (1405), sotto l’autorità della vincitrice Venezia, che favorì il periodo del suo più grande sviluppo.

Ph-GhezzoClaudio Mulini del Dolo -1Dolo fu infatti ritenuto, dagli ingegneri idraulici del Magistrato alle Acque, il punto tecnicamente più adatto e conveniente da cui far partire una biforcazione dell’alveo del Brenta per allontanarne da Venezia lo sbocco in laguna, causa fino ad allora di continui e consistenti interramenti. Nel 1507 si scavò dunque un nuovo canale che partendo da Dolo deviava verso sud una buona parte della portata del fiume allegerendone il vecchio tratto terminale e consentendo, nel contempo, un maggior controllo delle frequenti e devastanti piene. Per Dolo il XVI secolo segnò l’inizio di un notevole sviluppo economico collegato alla costruzione dei ‘Molini’ (terminati nel 1551-52) e Ph-GhezzoClaudio Mulini del Dolo -3dai continui lavori di progettazione, sistemazione e manutenzione delle opere idrauliche. La Repubblica Serenissima effettuò il taglio del Brentone verso Codevigo (1488-1507) che portò esiti discutibili nei confronti dell’equilibrio idrografico del territorio, del quale rimane oggi soltanto l’argine sinistro. Furono i Savi del Magistrato delle Acque di Venezia, dopo le varie deviazioni del Brenta, che individuarono proprio a Dolo un punto in cui si poteva costruire uno sbarramento per far funzionare con l’ausilio dell’acqua, dei molini. L’idea nacque in seguito ad un sopralluogo per controllare il Brentone del 1543. I molini furono visitati da molti uomini illustri: uomini di scienza, di cultura, pittori ritrattisti (famoso il quadro del Canaletto custodito nel museo di Oxford, a Dolo vi è una copia fotografica concessa dal museo stesso), rappresenta uno degli scorci più suggestivi di Dolo; ma anche alcuni dolesi come Carlo Morelli, Ettore Tito, Boscaro detto Saffi, Luigi Tito, altri personaggi di valenza nazionale come, Cesare Musatti padre della psicanalisi, Guardi, Bellotto, Goldoni e molti altri, confermano che Dolo fu centro di grande richiamo.

Chiesa di San Canziano

Conosciuta popolarmente anche come “Chiesa di Santa Rita” è storicamente un luogo di fede e raccoglimento. 
La chiesa è dedicata ai santi fratelli Canziano, Canzio, Canzianilla e a Proto, martiri di Aquileia. I lavori di ricostruzione ed ampliamento della chiesa primitiva, una delle più antiche della città, gravemente danneggiata dal disastroso terremoto del 1117 e dal terribile incendio del 1174, furono terminati nel 1617. Durante i lavori la zona presbiteriale fu trasferita da est a sud, ma il campaniletto romanico rimase inalterato. Il restauro del 1955 ha messo in luce, sul fianco destro della attuale costruzione, parte della vecchia facciata con il rosone ed alcune finestrelle, di un periodo che si ritiene successivo al 1117.
Il motivo dell’arco di trionfo romano ripreso sulla facciata è attribuito ad un architetto locale di cultura palladiana, Vincenzo Dotto o Giambattista della Sala. All’interno di nicchie poste tra gli intervalli delle semicolonne, due statue in pietra tenera, del padovano Antonio Bonazza (1698-1763),  rappresentano la Purezza e l’Umiltà. Posti sopra l’attico i quattro Evangelisti e i due bassorilievi con episodi della vita di San Canziano di Pietro Danieletti (1712-1779).
All’interno, ai lati dell’altare maggiore, entro nicchie, sono collocate statue in terracotta rappresentanti i santi Agnese ed Enrico, a sinistra, e Anna e Girolamo, a destra. Le statue, ad esclusione di quella di Sant’Anna, sono tutte attribuite allo scultore trentino Andrea Briosco (1470-1532) che giunto a Padova, fu allievo di Bartolomeo Bellano, a sua volta era stato allievo di Donatello. L’affresco sulla facciata della chiesa della Vergine Immacolata con i Santi titolari, ristrutturato nel 1955, è opera di Lodovico di Vernansal (1689-1749).  Alessandro Varotari (1588-1648), detto il Padovanino, è invece autore della pala sopra l’altare maggiore. Sull’altare della parete di destra compare un’altra immagine dell’Immacolata ad opera di Francesco Zanella, un pittore padovano attivo in città e nei dintorni tra il ‘600 e il ‘700. Nella parete di sinistra, tre pale presentano momenti della vita di San Carlo, di Sant’ Antonio e di Santa Rita da Cascia, il culto della quale, tuttora particolarmente vivo, venne introdotto in questa chiesa all’inizio del Novecento. Per i padovani infatti la Chiesa di S. Canziano è la chiesa di S. Rita. L’altare dedicato alla santa risale al 1930 e la pala posta sopra di esso è opera della pittrice Cecilia Pivato Caniato (1886-1966). Sopra la porta della sacrestia si trova una grande tela di Pietro Damini (1592-1631), Il miracolo del cuore dell’avaro.

Il Volo del Turco (o dell’Angelo)

Sembra che durante un carnevale, alla metà del 1500 un giovane turco, acrobata di mestiere, sia stato protagonista di un’impresa mai vista a Venezia. Da una barca solidamente ancorata nel molo, davanti alla Piazzetta, l’acrobata riuscì ad arrivare fino alla cella campanaria del Campanile di San Marco, camminando su di una corda soltanto con l’aiuto di un bilanciere.
Fu una cosa impressionante, ed entusiasmò talmente il popolo veneziano che da quell’anno l’impresa, chiamata ormai “Svolo del Turco” (Volo del Turco), fu sempre richiesta a gran voce e per secoli si rinnovò durante il Carnevale. Di solito si svolgeva il Giovedì Grasso, con la Piazza San Marco gremita dalla folla incitante e alla presenza del Doge e della nobiltà.

Nelle versioni successive lo “Svolo” fu ripetuto sempre da acrobati professionisti, fino a quando alcuni popolani della categoria “Arsenalotti” (le maestranze dei cantieri dell’Arsenale) non vollero provare essi stessi, prendendo la cosa così a cuore da diventare, nei secoli, la categoria specializzata in tale impresa.

Con gli anni lo “Svolo” cambiò forme ed usanze, diventando una cerimonia ufficiale che sostanzialmente si divideva in tre fasi, che il cosiddetto “Turco” (o “Angelo” per le ali finte che aveva addosso) doveva svolgere:

1) salire sulla corda fino al campanile facendo spettacolo;
2) scendere poi con piroette fino alla loggia del Palazzo Ducale dove il Doge, assieme a tutto il potere politico e agli ambasciatori stranieri, riceveva dalle sue mani un mazzo di fiori o delle carte con dei sonetti;
3) risalire sul campanile.

Spesso in cambio del mazzo di fiori il Doge premiava il “Turco” con una somma di denaro.

E’ proprio vero che la fantasia acuisce l’ingegno: i modi per salire e per scendere dal campanile furono molti e sempre più tecnologici: doppie e triple corde, argani, verricelli e molte “scappatoie” per annullare la forza di gravità.

Ed anche lo spettacolo non era sempre uguale: durante il carnevale del 1680 tale Sante da Ca’ Lezze riuscì a salire fino alla cella campanaria con un cavallo vivo, salì poi sopra l’angelo dove si esibì in mille piroette. Durante il carnevale dell’anno seguente salì addirittura con una barchetta, facendo finta di vogare con vera maestria da commediante e, arrivato alla cella campanaria risalì sulla testa dell’angelo con giochi da equilibrista.

A volte si svolgevano più “Svoli” contemporaneamente, come nel 1760 quando ben quattro persone si cimentarono nell’impresa: il primo salì a cavallo di un satiro, il secondo sopra una barchetta, il terzo con due cannoncini legati al corpo ed il quarto, libero da pesi ma ottimo equilibrista, fece trattenere il fiato a tutti per le sue arditissime evoluzioni.

Gli incidenti non mancarono, come quel tale Nane Bailo, di una famiglia di famosi arsenalotti, che nel 1759 si schiantò tra il raccapriccio della folla. Fu probabilmente a causa di questi incidenti che più avanti l’acrobata fu sostituito da una grande colomba di legno che, scendendo, spargeva fiori e coriandoli sopra la folla.

Nelle 2001, però la gente di Venezia ha gettato la prudenza al vento e ha deciso di ripristinare il famoso volo dell’angelo, gettando di nuovo una vera persona dal Campanile di San Marco.  Adesso possiamo ammirare non solo i costumi del’antica Serenissima guardando la processione delle Marie, ma possiamo anche goderci lo spettacolo audace in cui una giovane ragazza, per un giorno nominata Maria, salterà fuori il Campanile per dondolare sopra Piazza San Marco, in mezzo a un tripudio di colori, musica, coriandoli e palloncini!

 

Il Meraviglioso soffitto della chiesa di San Pantalon a Venezia

Il Martirio di San Pantalon, opera di Gian Antonio Fumiani, dipinta tra il 1680 e il 1704
Il Martirio di San Pantalon, opera di Gian Antonio Fumiani, dipinta tra il 1680 e il 1704

Vicino al vivace campo Santa Margherita a Venezia c’è una chiesa dall’aria un po’ anonima, dal momento che ha la facciata incompleta: la chiesa di San Pantalon.

Ma questa chiesa nasconde al suo interno un’incredibile sorpresa…. Sul soffitto si trova il più grande dipinto su tela del mondo, che raffigura il Martirio e la gloria di San Pantalon, opera di Giovanni Antonio Fumiani.

Davanti agli occhi dei visitatori si apre uno scenario imponente, dove la struttura architettonica reale della chiesa si prolunga nelle architetture dipinte, creando un’illusione visiva assolutamente unica.

Questa enorme opera copre una superficie di 443 metri quadrati, in cui si affollano centinaia di personaggi in uno spazio reso enorme dal sapiente uso della prospettiva. Non è un caso infatti che il pittore fosse specializzato nella realizzazione di scenografie teatrali.

Giovanni Antonio Fumiani ci mise più di 20 anni a realizzare questa colossale opera, dal 1680 al 1704 e una leggenda narra che il pittore morì cadendo dalle impalcature mentre stava dando gli ultimi ritocchi…