L’oasi di Valle Vecchia e il suo Ambiente

Valle Vecchia costituisce un ambito territoriale di notevole complessità ambientale in cui è possibile riscontrare la presenza di aree molto diverse tra loro che vanno dai biotopi agroforestali a quelli lagunari a quelli palustri fino al litorale sabbioso.Ph-GhezzoClaudio-Vallevecchia6

Ciascuno di essi contribuisce in termini significativi ad arricchirne la biodiversità, anche se l’importanza relativa,
indipendentemente dalla complessiva superficie occupata, risulta molto diversa.

I suoli sono di tipo sabbioso-limoso con modesto grado di fertilità nelle zone elevate, alternati ad argille di fondale lagunare

nelle zone più basse, dove si riscontrano frequenti infiltrazioni di acque salate.

Le stesse acque che circondano l’isola di Valle Vecchia ed in parte la permeano, sono acque dolci o a salinità aumentata fino a valori marini avvicinandosi alle bocche di porto, da cui in fase di alta marea le acque si infiltrano nelle depressioni palustri della duna litoranea.

Di notevole interesse risulta essere, come già accennato, la diversità dei biotopi presenti, fra cui prevalgono, quelli di tipo agrario e in particolare le colture annuali, che occupano una superficie complessiva pari ad alcune centinaia di ettari, ma notevoli sono anche i biotopi di tipo forestale, come la pineta, i boschi igrofili e le siepi agrarie.

Nella successione battigia-entroterra si possono individuare in sequenza i seguenti biotopi da cui si può apprezzare la complessità delle situazioni d’ambiente e delle comunità viventi, che vivono e interagiscono nel sistema ecologico di Valle Vecchia:

– La battigia e la spiaggia:

– La prima duna e le depressioni interdunali: ospitano una vegetazione psammofila ed igrofila peculiare (calcatreppola marittima, falasco, canna di Ravenna), oltre ad una specializzata fauna minore (lucertola campestre, fratino);

– Le dune aperte a vegetazione arbustiva: ospitano interessanti specie florofaunistiche d’ambiente steppico e litoraneo (lino marittimo, apocino veneto, ramarro, succiacapre, strillozzo);

– La pineta mista: bosco in parte coetaneo ma in fase di miglioramento strutturale, ospita una ricca flora fungina ed interessanti specie faunistiche (aspide, gufo comune, colombaccio, astore);

– II molinieto retrodunale: ospita un ricco contingente floristico di tipo erbaceo, con specie rare e localizzate (gladiolo palustre, orchidacee, astro spillo d’oro);

– Le sacche lagunari:
ospitano la tipica flora alofita dei suoli salmastri (limonio, salicornia veneta, obbione) ed una ricchissima fauna, soprattutto nelle stagioni migratorie (chiurli, beccaccia di mare, piovanello pancianera, piovanello tridattilo, garzetta);

– I boschi igrofili di recente impianto: piccoli complessi forestali in fase dinamica, offrono rifugio ad una interessante e numerosa fauna (averla piccola, saltimpalo, sterpazzola, crocidure);

– Gli stagni palustri d’acqua dolce: ospitano una ricca vegetazione di idrofite e di elofite (lisca trigona, mazzasorda, canna di palude) ed una fauna di particolare interesse (tartaruga palustre, biscia tassellata, marangone minore, cavaliere d’Italia, airone rosso);

– La monocoltura ed i medicai: ospitano un contingente floristico semplificato e banale, mentre la fauna comprende interessanti specie steppiche (calandrella) e di grande interesse ecologico (gru, oca selvatica, gruccione);

– Le praterie d’argine e l’incolto retrodunale: ospitano un ricco contingente floristico di tipo erbaceo, con specie floristiche e faunistiche ad ampia diffusione (salvia di prato, ginestrino, erba mazzolina, saltimpalo, ramarro, biacco);

I canneti: disposti a cortina lungo i maggiori alvei o in formazioni estese negli avvallamenti palustri, ospitano una ornitofauna ricca e diversificata (tarabusino, tarabuso, folaga, schiribilla, cannareccione);

Gli alvei lagunari: estesi per alcuni chilometri, ospitano un’abbondante fauna ittica d’acqua dolce e d’acqua salmastra (cefali, passera di mare, anguilla, carpa, tinca).

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Il Radicchio di Treviso – Il fiore che si mangia

 


Il radicchio di Treviso è l’estremo dono della terra, che, quando l’autunno si assopisce nell’inverno, dall’umiltà verdognola del campo, sommerso negli stessi umori della stagione in dissolvimento, si gonfia di linfe trionfali che gli danno un colore ed una consistenza impareggiabili.

Il rosso, tono dominante della natura moribonda, diviene risplendente nei riflessi dorati, e si erge nella sua crescente freschezza come su steli di alabastro, a cantare una vita che sfida i rigori dell’inverno e se ne avvantaggia.

È strano, ma nel radicchio di Treviso, dalla linea gotica slanciata, sembra sintetizzarsi quasi l’antica anima veneta, dalle ancestrali osservanze religiose, dal profondo rigore morale, dalle speranze rivolte ai cieli, sino alla delicata contemplazione della natura, ed al gusto di aderirvi serenamente con una semplicità assoluta che diviene raffinato uso delle gioie che essa propone saggiamente ed onestamente ai sensi.

Il nome botanico della specie spontanea della cicoria o radicchio rosso trevigiano è Cichorium Intubus“.

Si tratta di una pianta dicoltiledone della famiglia delle Asteracee, sottofamiglia Ligulifore, tribù Cicoracee:

Si trova ovunque nei luoghi erbosi e incolti, dall’Eurasia sino ai confini dell’Afghanistan e del Belucistan. Geograficamente poteva esistere anche nel giardino dell’Eden, per questo si narra che la cicoria sia stata scoperta da Adamo nel Paradiso Terrestre.

L’utilizzazione da parte dell’uomo della specie spontanea risale alla notte dei tempi. Plinio il Vecchio (23-79 a. C.), nel Naturalis Historia, citava la lattuga veneta sottolineando le sue qualità depurative. In antichità veniva usato come medicamento, specialmente per curare l’insonnia.

I caratteri della specie primitiva si modificarono nei secoli a causa dell’ adattamento ambientale, per ibridazioni naturali e per selezioni, sino a giungere al prodotto perfetto che è oggi il radicchio rosso della Marca Trevigiana. Solo in questa terra esistono le condizioni ideali per la sua produzione, infatti, la coltivazione del radicchio rosso è stata tentata, diverse volte, senza successo, già dal secolo scorso, in varie parti d’Italia e d’ Europa.

                                                                                                                                                                   Per scoprire di più radicchio.net
 

Goldoni IL Veneto e Le Zucche

Goldoni e il Veneto, un autore storico del teatro italiano e un territorio legati indissolubilmente. Venezia come centro del mondo, la lingua della capitale della Repubblica Veneta come base delle sue opere,entrate a far parte della storia del teatro italiano. Poche frasi per riassumere la vita di Carlo Osvaldo Goldoni, che a Venezia e nel Veneto ha costruito la sua figura. Un amore infinito per il territorio e la lingua d’origine,come egli stesso dichiarò nell’introduzione de “Le Massere”: “la lingua nostra è capace di tutta la forza e di tutte le grazie dell’arte poetica e non ha che invidiare alla più elegante toscana”.Una forza che con il passare dei secoli non è mai diminuita.

L’origine della zucca

L’origine della zucca è controversa e un po’ incerta. Pensate che quest’ortaggio era conosciuto e coltivato, in varietà diverse, dai popoli più antichi, tra cui gli Egizi, i Romani, gli Arabi e i Greci; questi popoli la importarono con molta probabilità dall’Asia Meridionale, più precisamente dall’India. La sua coltivazione non era solo scopo alimentare, pensate che gli antichi Romani una volta svuotata la polpa e fatta essiccare la zucca la utilizzavano come contenitore per il sale, latte o cereali o addirittura né ricavavano piatti, ciotole, cucchiai e i più fantasiosi né ricavarono persino uno strumento musicale, le maracas sudamericane.La zucca fu conosciuta dagli europei solo dopo la conquista delle Americhe quando Cristoforo Colombo portò in Italia diverse varietà di zucca; né arrivano varietà più disparate e di tutti i tipi: bislunga o rotonda, grande o piccola, verde, gialla, striata, rossa. Tuttavia non godette affatto di ottimo prestigio e venne comunemente ritenuto un cibo della bassa plebe.
La zucca inizialmente fu usata per sfamare il popolo contadino che col passare del tempo né ricavò sapientemente ricette prelibate. Le lunghe carestie fecero cadere i pregidizi sulle zucche e iniziarono a essere apprezzate anche dalle classi sociali più abbienti. Anche se inizialmente di quest’ortaggio colpì la sua stranezza, finalmente aveva attirato l’attenzione del palato. Ci si accorse, infatti, che la sua polpa, diventava ottima se preparata con condimenti e aromi giusti. Tantè che oggi si cucina in svariati modi, si può utilizzare per realizzare un primo o un secondo piatto e perché no anche per un dolce.
L’ origine del suo nome potrebbe derivare dal latino cocutia che significa testa; nel tempo il suo significato prima di arrivare al nome attuale zucca è stato trasformato da cocuzza a cozuccca (termine ancora utilizzato nelle lingue dialettali di alcune regioni meridionali).

Lago di Braies

Il lago di Braies è situato nell’omonima valle, nella parte settentrionale del Parco Naturale Fanes-Sannes-Braies, ed è quindi immerso nello splendido panorama dolomitico.


Il lago, che spesso viene chiamato anche la “perla dei laghi dolomitici”, deve la sua origine allo sbarramento per frana.
Ed anche questo lago nasconde una leggenda: con una piccola barca, ogni anno, in una notte di luna piena, la regina e Ljanta fecero il giro del lago di Braies in barca, uscendo dalla porta di roccia che ha dato il nome ladino “Sass dla Porta” alla Croda del Becco (2.810 m s.l.m.). Il lago di Braies è inoltre anche tutto l’anno un ideale punto di partenza per tante passeggiate, escursioni o gite in mountain bike. L’Alta Via delle Dolomiti 1 per esempio, parte dal lago e vi porta nelle vicine vette, da dove vi aspetta un panorama mozzafiato.E durante una rilassante gita in bara a remi sul lago, potrete riprendere energie e godere il fantastico panorama che vi circonda.

Altitudine: 1.469 m s.l.m.
Superficie: 31 ha
Profondità massima: 36 m
Profondità media: 17 m
Categoria: Lago alpino

Lago di Dobbiaco

Il piccolo lago di Dobbiaco è situato a sud dell’omonimo paese, esattamente al confine tra due famosi parchi naturali dell’Alto Adige: il Parco Naturale di Sesto ed il Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies.

Il lago si è formato nell’antichità da numerose frane che si staccarono dalle montagne sulla sponda occidentale del lago. La Rienza è il suo immissario ed emissario.
Inoltre, il lago rappresenta uno degli ultimi esempi di marcita, una cosiddetta zona umida, che esistono ancora nella regione alpina.

Attorno al lago di Dobbiaco sono stati costruiti 5 bunker. Nel 1939 Mussolini voleva proteggere le vie d’accesso all’Italia. Queste strutture fanno parte del “Vallo Alpino” in Alto Adige, ovvero di un complesso sistema di fortificazione di difesa della seconda Guerra Mondiale.

D’estate è possibile intraprendere un giro in barca a remi o con il pedalò. Nella stagione invernale invece, se il lago è ghiacciato, si può praticare curling, hockey su ghiaccio o anche fare una passeggiate attraverso la natura invernale. Attorno al lago passano inoltre anche gli anelli cel centro sci da fondo dell’Alta Val Pusteria.

Nel 2000, attorno al lago, è stato costruito un percorso naturalistico, il quale percorre l’intera riva. Lungo di questo sono stati allestiti 11 tabelle informative sull’ambiente naturale che circonda il lago. Ed anche l’abilità pratica degli ospiti viene richiesta: chi trova gli apposita preparati pali colorati nei dintorni? Chi fa il salto più lungo?

Ed inoltre, il lago di Dobbiaco è anche noto tra gli appassionati di uccelli, dato che in primavera si possono ammirare rari tipi di uccelli migratori.

Altitudine: 1.117 m s.l.m.
Superficie: 286.000 m³
Profondità massima: 3,5 m
Perimetro: 4,5 km
Particolarità: Rari tipi di uccelli migratori

Le Cascatelle

MG_0233In assoluto l’escursione più breve e semplice, che in poco tempo vi porta in un anfiteatro naturale incantevole.

Dal Museo etnografico, in Borgata Bach., il sentiero segnalato è sulla destra, e dopo due ponticelli in legno, vi invita a proseguire nei meandri di questo piccolo canyon scavato nel Rio del Mulino (le sorgenti si trovano sotto ai Laghi d’Olbe). Vi accorgerete immediatamente che l’ambiente è caratterizzato da pietre verdi e stratificazioni molto interessanti; il sentierino che accosta il torrente arriva fino alle pendici della cascata maggiore e vi darà modo di rinfrescarvi nelle giornate più calde.

Nel periodo di agosto, all’entrata del sentiero, troverete delle piante di lampone, e se siete osservatori attenti, poco dopo i ponticelli, scorgerete pochissimi esemplari della campanula gialla (Campanula thyrsoides), nonché di rosa alpina (Rosa pendulina).

Tempo di percorrenza: 10 minuti
Periodo consigliato: Primavera/estate/autunno