L’orgoglio di Burano

Eccolo li campanile dell’isola, che pende in modo preoccupante,si vede da lontano.

Veduta Isola di Burano Le case dai colori accesi,il pesce e i merletti sono l’orgoglio di Burano, rifugio di artisti.
Gli isolani raccontano della leggenda di un marinaio fedele che resistette al canto delle sirene e fu premiato con uno stupendo velo di schiuma per la sua sposa, che poi si trasformò in pizzo, prodotto che ha portato fama mondiale e fotuna alle genti del posto.Ph-GhezzoClaudio - Burano

Oggi, anche se le donne anziane si cavano ancora gli occhi con punti pazienti, molti articoli sono in realtà importati dall’estero  ( perciò occhio alle imitazioni) se vi appassiona questa arte Vi consiglio di visitare la scuola dei merletti di Burano

San Francesco del Deserto

Eccoci su questa attraente isola di cipressi che ospita un monastero francescano.

San Franseco Del Deserto - Isola VeneziaFrequentato sin dall’età romana, come testimonia il ritrovamento durante scavi archeologici eseguiti in diverse epoche, soprattutto negli anni 1961-1965, hanno portato alla luce conferme di rilievo di quanto era stato da sempre tramandato, il luogo, già chiamato Isola delle Due Vigne, divenne nel 1220 approdo per Francesco d’Assisi, di ritorno dall’Oriente e dalla Quinta Crociata, dove si era recato a predicare il Vangelo al sultano e porre fine alla guerra.
Il Santo scelse l’isola per fondarvi un ricovero dove fosse possibile pregare e meditare in pace, lontani dalla mondanità.
Dopo la sua morte, l’isola venne donata, nel marzo del 1233, ai Frati Minori dal patrizio veneziano Jacopo Michiel, parente del patriarca di Grado Angelo Barozzi, per fondarvi un convento.

Nel XV secolo, abbandonata l’isola ed il convento per le condizioni ambientali divenute ormai inospitali, la zona fu successivamente adibita a polveriera dagli Austriaci, sino a che nel 1858 il terreno venne donato alla Diocesi di Venezia, che consentì ai frati di rifondarvi il monastero, tuttora attivo.
Il fascino dell’isola ha ispirato lungo i secoli artisti e poeti.

Le Barene e Le Velme

Le isole tabulari emergenti dal livello medio delle acque lagunari di pochi centimetri ed i bassi fondali che emergono soltanto nel corso delle basse maree, costituiscono le strutture geomorfologiche più tipiche dell’ambiente lagunare.

Nel primo caso, ovvero per le barene, si ha una condizione emergente pressoché permanente e che viene meno soltanto con le maree di maggiore entità; nel secondo caso, cioè per le velme , si ha al contrario una sommersione prolungata e interrotta soltanto dalle basse maree di maggiore ampiezza.

Le barene risultano pertanto ricoperte da vegetazione di tipo erbaceo e di natura alofita (che sopportano cioè il contatto delle radici con le acque salate), mentre le velme risultano del tutto prive di copertura vegetale, ma anche rivestite di tappeti algali o di praterie di zoostera nana.

Ph-GhezzoClaudio - Barene e Velme

Le Barene e i cipressi dell’ isola di San Franceso del Deserto 

LA VELA AL TERZO

Vela Al Terzo -Ph-GhezzoClaudio - Vela al Terzo_

I topi e le sampierote sono le barche tradizionali della laguna, che per secoli l’hanno attraversata per commercio e trasporto e grazie anche a queste nasce la Vela Al Terzo.

Tipica delle lagune venete, la vela la terzo è chiamata così perché le barche sono armate con una vela con l’antenna superiore fissata all’albero a circa un terzo della sua lunghezza.

Abbandonata per decenni a favore dei motori, la vela al terzo ha visto negli ultimi anni un rifiorire di associazioni di amanti delle tradizioni popolari  provvedendo ad  armare – in gergo marinaro l’attrezzare – le barche con la vela al terzo che è stata recuperata dalla tradizione più antica e riportata in vita

Il grande timone mobile (che nell’acqua bassa si deve poter sollevare) delle barche con vela al terzo funge anche da deriva.

La forma della vela non è triangolare come nelle barche a vela normali ma trapezoidale, con un lato molto alto che supera anche l’albero stesso per poter catturare meglio il vento.

Nei secoli scorsi era l’unico mezzo di propulsione nella laguna veneta oltre ai remi.  Le vele erano tutte colorate in modo diverso, per poter distinguere le varie barche anche da lontano.

In genera la vela viene sempre tenuta a sinistra dell’albero e, a seconda della direzione del vento, funziona anche appoggiata all’albero stesso. L’andatura migliore per questo tipo di vela è con il vento “al giardinetto”, cioè proveniente da poppa e spostato di circa trenta gradi, ma può tenere anche una discreta bolina, cioè con il vento quasi di fronte.

Rispetto ad altre località marine Venezia si presta molto al diporto ( grazie alla natura della sua laguna le sue acque amichevoli e con le trentaquattro isole, in gran parte abbandonate, che costituiscono ottime mete per gite di un giorno) e si possono vedere sempre più spesso delle vele colorate che, lente ma non troppo, percorrono la laguna veneziana in lungo e in largo: è un modo meraviglioso per godersi la natura nel silenzio delle barene, lontano dalla frenesia dei motori, mantenendo vive le antiche tradizioni.

Il Medico Della Peste

Il Medico della Peste è attualmente il nome di una maschera che viene indossata durante il carnevale di Venezia, ma le sue origini non sono così divertenti.

Il medico della peste era infatti l’unico dottore ammesso ad essere a contatto con gli ammalati di questo terribile morbo. Il medico della peste era completamente avvolto da un mantello nero, portava un cappello rotondo (anch’esso nero) e sul suo volto egli indossava la maschera che possiamo vedere nelle immagini. All’interno della maschera il medico della peste metteva delle erbe aromatiche che avevano il compito di purificare l’aria da respirare, mentre al di fuori appoggiava degli occhiali. Il medico della peste poteva toccare gli appestati ed i loro indumenti solo con una lunga bacchetta di legno.      La figura del medico della peste fu tristemente nota a Venezia durante le epidemie 1347-49, 1575-77 e 1630-31 che costarono la vita a decine di migliaia di persone. Il medico della peste assisteva i contagiati ed i sospetti ammalati che dovevano rimanere in quarantena presso le isole del Lazzaretto Nuovo e del Lazzaretto Vecchio. Tali isole sono localizzate nella Laguna di Venezia e con tutta probabilità esse salvarono la vita al resto della popolazione. Le due isole adibite a lazzaretti erano comandate da un priore laico, al loro interno veniva praticata la fumigazione per cercare di distruggere il morbo della peste e si dava sepoltura su fosse comuni a chi era morto contraendo il contagio. La peste venne finalmente debellata agli inizi del ‘700. Fu allora che durante i carnevali più sfrenati della ormai decadente Serenissima si cominciò ad usare per divertimento questa maschera che era stata adoperata nei secoli precedenti come mezzo di protezione. Tale maschera con il naso lungo è curiosa per la sua forma così simile a quella del becco di una cicogna (o di un tucano). Ricordando le sue origini funeste, ai veneziani fa ancora impressione vedere in giro la maschera del Medico della Peste durante il carnevale. Chi invece non ne conosce la storia, trova questa maschera decisamente bizzarra e fuori dal comune.

La Bauta e la Moretta il Carnevale a Venezia nel settecento e contemporaneo

la Bauta (che si pronuncia con l’accento sulla “u”, Baùta). Queste maschere veneziane le indossavano sia gli uomini che le donne, ed erano così composte: maschera bianca per il volto, mantello nero (detto anche “tabarro”) ed il tipico copricapo del ‘700, il tricorno di colore nero. Le maschere veneziane più usate dal popolo erano il Bernardone o Bernardon e la Gnaga: la prima fingeva di essere malata e si sosteneva con le grucce, la seconda era un uomo travestito da donna. IlMattaccino era il pagliaccio del carnevale che, ripetendo un’antica usanza, gettava uova ripiene di profumi verso gli amici affacciati sui balconi. La Moretta era tra le maschere veneziane quella preferita tra le donne. Di colore nero e di forma ovale, stava aderente al viso perchè sostenuta da un bottoncino attaccato alla maschera e trattenuto con la bocca dalle veneziane.

Ponte della Misericordia

Il Ponte della Misericordia o comunemente chiamato  il Ponte Chiodo è rimasto l’unico senza sponde di protezione a Venezia. Se ne può vedere uno simile a Torcello: il Ponte del Diavolo. Esso si trova vicino alla Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia (o di Santa Maria di Valverde) che fu una scuola (confraternita) di Battuti di Venezia attiva dal 1308 al 1806. Il Ponte della Misericordia si trova al termine delle Fondamenta San Felice, e proprio davanti al ponte il Ramo della Misericordia conduce all’imbocco delle Fondamenta della Misericordia.

Nel Ghetto di Venezia

Il termine ghetto pare sia nato a Venezia, da getto (colata di metallo), per via di un’antica fonderia che si trovava qui. Dal 1492 molti ebrei cacciati dalla Spagna trovarono rifugio a Venezia; nel 1527 essi furono obbligati per legge a trasferirsi in questa zona. Soggetti a coprifuoco per evitare che fraternizzassero con le donne del luogo, dormivano rinchiusi all’interno di cancellate e la loro isola era pattugliata da una barca armata. Ogni nuovo gruppo linguistico costituiva la propria sinagoga (cinque in tutto) e alzava gli edifici dei locali bassi fino a sette piani.

In Campo del Ghetto Nuovo di Venezia è visibile ilMonumento all’Olocausto (1980), che è opera dello scultore lituano Arbit Blatas dedicata dalla comunità ebraica ai suoi deportati, il progetto fu di Franca Semi. Poco distante è ancora attiva una casa di riposo. Attualmente la comunità ebraica del Ghetto di Venezia risulta decisamente ridotta (30 residenti), ma sono ben 500 gli iscritti ad essa. Mentre un tempo nel Ghetto di Venezia erano fiorenti le attività bancarie e tipografiche (specialmente nel XVI secolo), la principale risorsa al giorno d’oggi è il turismo. E’ doloroso ricordare che durante la seconda guerra mondiale vennero deportate dal Ghetto di Venezia oltre 200 persone nei due tragici giorni del 5 dicembre 1943 e 17 agosto 1944.

La Scuola Grande di San Rocco

Accecante al mattino grazie ad un splendido restauro che l’ha ripulita, la facciata del primo Rinascimento di questo edificio storico, che ospita capolavori del Tintoretto, è una meraviglia di volute intrecciate di marmo scolpito ed elefanti accovacciati che sorreggono possenti colonne. La facciata in Pietra d’istria è intarsiata con porfidi di Borgogna e inserita in marmo dalle venature verde e crema. Progettata da Bartolomeo Bon nel 1517 e ampliata da Scarpagnino e altri costruttori, l’imponente edificio con l’adiacente chiesa era sede di una delle confraternite più importanti della città, che godeva dell’onore di una visita annuale del doge.